La croda

La montagna, la natura, i viaggi, la vita

venerdì 19 giugno 2009

LA CRODA HAS MOVED!

Lacroda has moved to:

GRUPPO ALPINISTICO RAMARRI - ALPINISTI E CLIMBER ALESSANDRINI

sabato 18 ottobre 2008

Un pellegrinaggio all'inferno

Tirava vento e faceva freddo. Era un giorno di fine inverno, se non ricordo male, ed io ero poco più di un ragazzino in compagnia di altri attempati signori prossimi ai sessanta. Era la prima volta che arrampicavo a Gavi; anzi, era una delle prime che arrampicavo tout court: sapevo fare un paio di nodi e basta.

Non credevo che a Gavi si potesse arrampicare, poiché fino ad allora quel paese, insieme a Voltaggio, era solo il punto di riferimento dei miei giri in bicicletta; all'andata sapevo che di lì incominciavano le salite: Capanne di Marcarolo, Piani di Praglia e via le altre montagne; al ritorno mi fermavo sempre a fare l'ultima bevuta alla fontana in piazza. Poi, filato verso la pastasciutta della nonna. Quel giorno ho scoperto che avevo una falesia dietro casa. Si tratta di una scogliera di arenaria, non tanto alta in verità, ma che spesso piega in strampiombo con vie fino all'8a+. Nulla di impressionante, ma all'epoca gattonavo sul 5b e mi misi a contare la distanza che mi separava da quei livelli: 5c, 6a, 6b, 6c...mi sentivo una pulce e quando poi mi fecero sapere che esiste anche il 9a e, forse, il 9b, smisi di contare e incominciai a considerare che il VI grado con le corde di canapa e gli scarponi di cuoio esiteva oramai solo nei racconti di mio padre. Non vedevo l'ora di poterlo sconvolgere con gli aggiornamenti appena scoperti.

-Fidati delle scarpette! capito?

Ho dimenticato quante volte mi è stata urlata questa frase quel giorno.

- Fidati della roccia!

Fidarsi, una bella parola, con quella maledetta arenaria che si sgretolava solo con lo sguardo, patinata da un simpatico velo di rena. Tornai a casa un poco deluso, avrei desiderato qualsiasi cosa tranne quelle placche sabbiose e tutte bucherellate dall'erosione. Ma non sapevo che Gavi sarebbe diventato, per una serie di vari motivi, uno dei miei luoghi del cuore.

È vero, la roccia di Gavi consuma le corde, lima la suola delle scarpette, se la percuoti suona a morto e ogni tanto qualche spit si muove, d'estate è una fornace e ci sono zecche, lucertole e scorpioni, d'inverno è un frigorifero, con la nebbia diventa umida e scivolosa, con la pioggia un pastone di fango. Quest'estate mi sono sentito dare del folle, e a ragione, perché ogni volta che tornavo a casa da Gavi passavo un buon quarto d'ora di spidocchiamento prima della doccia: non c'era giornata in cui non dovessi togliermi una zecca dalle gambe. A questa pratica seguiva la consueta disinfezione delle dita lacerate dai buchi taglienti e dalla sabbia, caustica: a casa mia i flaconi di Mercurocromo non durano più di sei mesi. Sembra le descrizione dell'inferno, ma senza quell'inferno non riesco più a vivere. E d'inverno, le domeniche la gente va a messa. Io no: quando il tempo è incerto non m'arrischio sulle Alpi, così prendo la macchina e in venti minuti sono alla falesia di Gavi. Quante volte il lontano riverbero delle campane domenicali mi ha fatto compagnia, quasi segno di un rimprovero! Ma Gavi è uno dei miei riti, il mio santuario pagano ove posso, e lì soltanto, ricevere offerte di merenda sinoira da personaggi surreali e riprendere energie con massicce dosi di barbera tra un tiro e l'altro, un inferno di cui sono affezionato pellegrino.





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sabato 11 ottobre 2008

Fin de siècle alla zuava (1)

La mia famiglia è sempre stata un po’ demodé, forse per le sue origini rurali, forse per una congenita disattenzione alla mondanità. Qualche tempo fa ho ritrovato alcune vecchie foto insieme a mio padre di quando avevo tre, quattro, cinque anni, diciamo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, e la livrea d'ordinanza era scarponi di cuoio e pantaloni di velluto alla zuava per entrambi. Ho continuato a vestirmi così almeno fino all'età di quindici anni, poi ho dovuto desistere; non tanto per un mutamento nelle mie abitudini, quanto per la sempre crescente difficoltà a trovare nuovi calzoni alla zuava e per l'impossibilità di mettere quelli di mio padre, più grandi di almeno tre taglie ancora oggi. Così ho dovuto abbandonare quegli amatissimi pantaloni pieni di storia per del volgarissimo vestiario contemporaneo. Oddio, contemporaneo è una parola fuori luogo, dato che continuo tutt'ora a usare un paio di pantaloni di gore-tex comprati nel '97 da mio padre, il quale, sbagliando misura, me li regalò per gli anni a venire. Oggi, dopo undici anni suonati, non ho alcuna intenzione di dismetterli, né lo farò finché non saranno ridotti a brandelli. Stesso dicasi per le mie uniche due camicie da montagna, una leggera e una di flanella pesante, la cui origine risale, se non ricordo male, alla terza media. Da allora sono cresciuto pochissimo (in statura, s'intende).
Era una fin de siècle alla zuava, la nostra, eravamo in quell'esigua tribù che andava lentamente esaurendosi e che ignorava i Güllich, i Manolo e i torsonudisti di Finale e continuava a consumarsi il collo con le doppie alla Piaz. La mia infanzia è passata attraverso questo ultimissimo scampolo di apprendistato alpino, per la verità già ampiamente anacronistico, e ne vado orgoglioso perché ancora oggi, quando ormai le esigenze moderne mi hanno addomesticato, posso dire di conservare una certa eleganza d'animo.
Eleganza è la parola che sembra essere scomparsa dalle montagne. L'alpinismo è nato nell'Ottocento come disciplina d'élite, praticata da aristocratici inglesi e ricchi borghesi; una disciplina strana, estremamente fisica e rude, che sapeva tuttavia sempre concludersi in nobiltà tra tè, biscotti e dame col pizzo. I miei genitori hanno fatto il '68, ma tutta quella confusione è rimasta solo nella politica e nella vita al piano, la montagna, da parte loro, non è stata cambiata di una virgola e hanno continuato, guarda un po', a frequentarla alla maniera di sempre. Questa nobiltà originaria è rimasta a lungo, anche in chi nobile non era; tutti, tra la generazione di mio padre e di mio nonno, hanno sempre cercato di comunicarmela: il mio avvio alla montagna non è stato un allenamento di atletica, ma prima di tutto un'istruzione all'onestà. Se c'è una cosa che la montagna non perdona, è la superbia. Noi non siamo nobili, ma abbiamo sempre saputo esserlo nello spirito, perché, credevamo, fosse la montagna a richiederlo. E non perché lo richiedesse come orpello, bensì perché non pensavamo che ci fosse un altro modo lecito di viverla. Mi ricordo delle risate che facevamo quando incontravamo sui sentieri qualche cittadino in sandali e magliette hawaiiane, di come ci arrabbiavamo quando questi parvenu delle montagne si mettevano a gridare che avevano visto una marmotta e la facevano inevitabilmente scappare; purtroppo tali incontri di gente che non sapeva distinguere un rododendro da un carciofo si facevano via via più frequenti e le nostre risate divenivano sempre più amare, finché questi barbari non divennero la maggioranza. E allora era di noi che si rideva.
continua...

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martedì 5 agosto 2008

Chiodo scaccia chiodo

I tiri dello Spigolo Fornelli filano via veloci, c'è il sole, siamo leggeri, quasi perfetti, le corde scorrono lisce, ci rilassiamo su una via non impegnativa: un tiro, due tiri. Ci sentiamo dei campioni di scioltezza, nonostante la via non superi il V grado, e nella nostra mente frullano imprese ben più sostanziose. Al terzo la nostra cavalcata viene fermata bruscamente: gli spit? Spariti. Ci sporgiamo a destra, a sinistra: niente. Sapevo che si doveva piegare a destra, ma quanto? e dove? Ad occhio vedo che non si possono mettere protezioni per un buon tratto, ma le difficoltà sono contenute. Provo il traverso, qualcosa troverò. Faccio qualche metro e degli spit nessuna notizia, la roccia è compatta, nemmeno una fessura; continuo, ormai ho fatto almeno dieci metri e non si vede nulla, né a destra, né sopra. Dopo un paio di metri trovo una fessurina, giusta appena per un chiodo di media misura. Ormai sono deciso, ho sbagliato direzione, da qualche parte lassù ci sarà una sosta: vai coi chiodi! Inizio a martellare con acribia: questo chiodo deve assolutamente tenere, per un bel tratto non riuscirò a piazzare alcunché perché la roccia è troppo compatta. Le martellate si inseguono metodiche e precise. È un piacere sentire cantare il chiodo sotto i colpi, lentamente penetra nella fessura, ferendone appena i margini. Sono in una posizione scomoda e non mi posso spostare, le martellate sono faticose e piantare il chiodo mi porta via più tempo del solito. Dopo un quarto d'ora l'occhiello ha toccato la roccia, il lavoro è perfetto, da manuale: torsione sotto carico calcolata in maniera millimetrica.

- Questo tiene anche venti metri di volo!- urlo a Luca

Soddisfatto e gasato dal mio lavoro mi volgo baldanzoso a destra per terminare il traverso e iniziare la salita verso la sosta fantasma. Come giro gli occhi, una visione orribile a meno di due metri da me: uno spit! Esplodo in una sonora imprecazione, tremenda e non riferibile. Mi sento stupido. A mia parziale discolpa il fatto che lo spit era dipinto di grigio, dello stesso identico grigio della roccia, sicché non era certo facile scorgerlo, ma la fatica del primo chiodo dopo la sosta, forse il più importante, insieme a quelli immediatamente precedenti i lunghi tratti sprotetti, avrei potuto benissimo risparmiarmela. Tanto più stupido, perché tutto era avvenuto in un ambiente non certo severo, a poche decine di metri da terra, e su difficoltà più che abbordabili, dove non è ammissibile che si sbagli in questa maniera. In cinque minuti raggiungo la sosta, beffardamente vicina, e grido uno sconsolato “molla tutto”. Un'altra lezione di modestia, la seconda in pochi giorni. Tre giorni prima, infatti, avevo completamente sbagliato orientamento su un'altra via, sempre all'altezza del terzo tiro (sarà il tre un numero maledetto?): avevo iniziato ad inseguire la fessura sbagliata; bellissima, ma difficile. Dopo essermi arenato a metà della sua lunghezza, dovetti cavarmela in artificiale appendendo staffe e cordini a svariati micronut, perché la fessura si era fatta troppo stretta per le dita e attorno non c'era nessun appiglio; forse mi ci volle un'ora per fare quei venti metri. Quando poi scoprii, grazie al mio secondo, Luca, che in quel punto la via passava più a sinistra e non raggiungeva il V grado, a causa di comode prese qui e là, e che era per giunta già provvista di un paio di solidi chiodi, non rimasi troppo contento della mia variante di A1 non richiesto. E forse nemmeno il povero Luca, che dopo essere salito in sosta dalla parte giusta, si fece calare per recuperare il materiale dall'alto, più comodamente, per poi pendolare fino ad incontrare di nuovo la giusta linea di salita e portarsi così, per la seconda volta, accanto al suo capocordata torturatore. Come parziale indennizzo per il bis sul terzo tiro, gli promisi un buon litro di birra appena tornati alla civiltà; e forse per questo mi seguì pimpante più del solito per il resto della salita, speranzoso. Tuttavia, la birra non gli è stata ancora offerta...

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martedì 29 luglio 2008

Da Guido Rey alla Black Diamond


Perché io credetti e credo la lotta coll’Alpe

utile come il lavoro, nobile come un’arte,

bella come una fede.

(Guido Rey)


Peccato. Peccato che Leopardi non avesse potuto conoscere Guido Rey, perché molto probabilmente avremmo oggi un' Operetta Morale in più: me lo immagino, Guido Rey, sepolto da una frana sul Furggen con i fieri barbigi arricciati verso l'alto, surgelato sulla Marmolada o chissà dove. La successione temporale è purtroppo unidirezionale, Leopardi lo ha mancato. Non è stato invece mancato negli anni Sessanta dai giovani del Nuovo Mattino, con la loro feroce critica dei borghesissimi ed ormai vetusti costumi alpinistici della cosiddetta “età degli eroi”.

Guido Rey ha senz'altro i suoi pregi, quantunque io ne riesca a trovare pochi, nondimeno ciò che la sua figura rappresenta non può che risultare ostile allo spirito del nostro tempo. Rileggiamo ancora una volta la citazione che ho proposto poco sopra: il mito del superuomo, il fervore bellicista (lotta), i rigurgiti industrial-borghesi (lavoro), l'ideale per noi orrendo di un'estetica del valore, della sofferenza e dell'abnegazione anche un poco strampalate (fede). Il nostro modo di sentire non può che liquidare questa affermazione come inquietante fossile di un'archeologica fin de siècle. Oggi il rapporto con la montagna è diverso, ormai da tre, quasi quattro decenni ha sempre meno importanza il risultato, la “conquista” fine a sé stessa, mentre sempre maggior peso si riconosce ad un'altra serie di aspetti: l'etica dell'arrampicata, il modo e lo stile con cui si sale, i mezzi impiegati il più possibile ridotti e leggeri, tanto che si giunse presto a popolare le pareti di fondovalle, pareti che non finivano con cime o guglie grandiose ma, spesso, si arrestavano contro un prato, un bosco o un' insignificante pietraia. Forse era tutto ciò quanto di meno eroico potesse esserci: scalatori che “sprecavano” la stagione buona ad arrampicare in maglietta e braghe corte a mille metri, impegnati a “portar sù il grado” invece di concentrare ogni sforzo nella conquista di una repulsiva Nordwand alpina. Per dirla con Enrico Camanni, era il '68 degli alpinisti; un '68 d'élite, s'intende. Sembrava che anche l'alpinismo fosse attraversato da una nuova linfa vitale; essa non aveva solo il merito di risvegliare un ambiente che era ormai divenuto piuttosto stagnante ed autoriflessivo, bensì anche quello di averlo rivoltato come un calzino, di avere posto nuove basi, nuove idee; anzi, solo così lo si poteva risvegliare.

Tuttavia, si sa, la leggerezza e la qualità delle idee, soprattutto nei momenti di svolta, sono cosa di breve durata. I Majakovskij e gli Shostakovic vengono messi a tacere per aprire la strada ai comodi e superficiali epigoni di maniera. Io credo che anche nell'alpinismo, dopo un brevissimo periodo di vera rivoluzione, sia subentrata questa fase. Oggi lo si comprende: aver reso l'alpinismo più “democratico” è stato in realtà il primo passo verso la sua mercificazione di massa, nonostante gli intenti originari.

Io sono fermamente convinto di una cosa: l'alpinismo è una ricerca personale, un percorso di elevazione spirituale, il salire verso l'alto è una stupenda eppur tremendamente reale metafora. Ogni tanto mi pare di assistere ad una sfilata di moda o, peggio, all'ennesima manifestazione dell'insopprimibile istinto di esibizionismo tipico della nostra epoca. È vero che la sicurezza, e con essa la vita, non ha prezzo, ma come posso non commuovermi all'idea di Bonatti ragazzino che si legava alla corda del bucato o di Bruno Detassis che si faceva da sé i chiodi sull'incudine o di altri che si legavano i pantaloni con lo spago perché non possedevano una cintura? Tutti arrampicatori formidabili. Vorrei che fossero presenti, quando vedo quei falesisti mangiaspit in infradito sfoggiare nuovissime collezioni di Camalot ed un abbigliamento griffato North Face, Montura, Salewa, che risulterebbe sicuramente adatto anche per un passeggio in via Po. Quegli stessi falesisti che in molti casi non superano il V grado e si fanno spennare come polli nei vari negozi di articoli sportivi. Un giorno ho visto uscire uno di costoro dal solito negozio, carico come un albero di natale: sembrava dovesse partire per il K2; in realtà, ho saputo dopo che sarebbe arrivato solo al Breithorn occidentale.

Molti mi considerano un giurassico, mi danno del talebano quando mi vedono togliere dal mio sacco rosso e bucato vecchissime borse del supermercato, quando non ho nulla della Black Diamond salvo un paio di moschettoni regalati, quando avvolgo la corda entro un telo da doccia di trent'anni fa perché non posseggo uno zainetto portacorda, quando mi chiedono come faccio a sopravvivere con una sola camicia e un solo un paio di pantaloni e a non essere ancora morto, dal momento che utilizzo della semplice lana cruda al posto del gore-tex. Mi spiegano allora che quando vado in giro sembro un cecoslovacco, che non ho questo e quello, che devo prendere le magliette di capilene, i guanti in neoprene, le giacche wind-stopper. Ma io sono felicissimo e la montagna, davvero, è l'unico posto in cui sento che nulla mi manca.


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Torre Germana, notturno

13 luglio 2008. Guardo il meteo per martedì 15: le previsioni danno tempo splendido, assenza di precipitazioni su tutto l'arco alpino occidentale. Benissimo, con un paio di email è tutto deciso: Torre Germana, Valle Stretta, Italia... oh, pardon, Francia: questa bellissima valle, in tutto e per tutto piemontese, è divenuta Vallée Etroite dopo la seconda guerra mondiale. Io ho solo un'ipotesi: i Francesi, con la scusa della vittoria, della pugnalata alle spalle ecc... se la sono accaparrata unicamente per la sua bellezza, mica per motivi politici. In ogni caso, mi fa piacere che lì, su suolo francese, ci sia un rifugio gestito da italiani e che si chiama “III Alpini”, perché lì, alla faccia dei Francesi, posso entrare e salutare tutti con un “cerea!” sentendomi rispondere nel caro idioma piemontese. Tiè!

15 luglio. I dieci tiri della via Gervasutti scorrono lisci, benché ancora adesso io debba capire come siamo riusciti a farli diventare undici. Ad ogni modo, il bello e lungo spigolo di calcare viene superato a suon di friend e dadi, ma usciamo in vetta ad ora tarda per una serie di ritardi precedenti l'attacco: uscita mancata ad Avigliana, interruzione della statale ad Exilles, e così via. Sono le 20:30 e siamo in vetta; l'ultima sosta sono due chiodi piantati esattamente ai piedi della statua della Madonna degli alpinisti che, appena giunto in cima, provvedo a baciare. Recupero Luca e dopo una serie di sfortunate esplorazioni troviamo finalmente il primo anello di calata sul versante est, nascosto dietro un angolo ad almeno cinquanta metri di distanza dalla cima. Malediciamo l'attrezzatore e, dopo qualche rapida calata, alle 21:45 siamo nel canalone. Appena posati i piedi a terra è subito buio: nella sfortuna siamo ancora stati fortunati. Scendiamo costeggiando la parete nord della Torre. Sembra quasi di sciare tanto è ripida e instabile la pietraia, ad ogni passo provochiamo piccole frane. Per pigrizia, per altro condivisa, non avevo portato il frontalino di emergenza perché pensavo che avremmo finito decisamente prima del tramonto;ci tocca ficcarci in bocca i cellulari (le mani servivano a non volare giù) ed usarli a guisa di torcia. Coll'oscurità, la Torre ci appare davvero imponente e maestosa, con la sua cresta irta di guglie e gendarmi, e nonostante si elevi per soli 200 metri sopra di noi abbiamo l'impressione che voglia piombarci addosso per soffocare i nostri insulsi lumicini.

La luna è altissima, rotonda, e ci rischiara la via. Scendendo non penso molto, perché mi fanno male i piedi, ho una sete furiosa, la pelle bruciata dal sole, voglio solo arrivare nel bosco dove troverò un comodo sentiero. Non si vede nessuna luce in lontananza, solo pietre, gli alberi lontani, sopra di noi un esercito di stelle riempe il cielo senza nuvole. È un paesaggio lunare e solo la macchia scura di un bosco di pini silvestri, sull'altro versante della valle, ci ricorda che siamo sulla Terra. Scendo senza parlare, anche per via del cellulare ficcato in bocca, e penso che siamo, noi due, le uniche forme di vita; invece quella pietraia pullulava di un'attività nascosta. Ad un certo punto mi accorgo di avere tra i piedi un puntino luminoso, fosforescente: mi chino ad osservare e scorgo una strana larva dotata della stessa luminescenza di una lucciola. Dopo poco, il ridicolo fascio di luce che ho davanti al naso viene attraversato da una falena, la quale finisce per posarmisi sulla mano; mi fermo qualche istante ad osservarla, prima che essa sparisca nuovamente nel buio. Continuano a susseguirsi inattese ma graditissime visite di insetti notturni.
Giunti a metà della pietraia ci arrestiamo per qualche istante. Ci voltiamo verso monte, la Torre Germana è lì, davanti a noi; illuminata dalla luna piena sembra quasi bianca, è meravigliosa contro il fondo nero del cielo maculato di stelle, sembra l'apparizione di una montagna incantata. Sembra il Purgatorio, il Paradiso terrestre, perché sulla sua piatta cima ha spazio per vivere una sparuta ventina di pini silvestri, ma da quaggiù fantastichiamo favolosi giardini e ruscelli e animali, e allora mi figuro la falena di prima scesa di lassù a ricordarmi la vita eterna, come vuole una leggenda. Ora la fatica è solo una gioia e mentre scendo continuo a voltarmi verso il nostro Eden notturno che, purtroppo, si fa via via più lontano. Solo ora incomincio ad apprezzare appieno l'idea di chi ha deciso di porre lassù una piccola statua della Madonna. Sorrido. Mai come quella notte mi sono sentito in dovere di inginocchiarmi. E come ogni notte in montagna, la luna, così limpida, mi ha dischiuso con una chiarezza rara le porte di altri mondi. È difficile comunicare che cosa doni allo spirito abitare in un mondo verticale dove affidi la tua vita ad un altro compagno, dove avverti la tua propria piccolezza di fronte alla natura, dove ti senti perduto nel buio perché non ci sono lampioni né cartelli luminosi, ma solo un silenzio inflessibile. Arrampicare, e forse è questo l'unico pensiero che mi riesce di esprimere a parole, ci mette di fronte alla nostra condizione umana e minuscola: siamo uomini, siamo un nulla paragonati alla montagna e a chi ha creato lei e noi; per quanto si cerchi di sfuggire alla morte e alla sofferenza attraverso la scienza, per quanto si cerchi di fingere una nostra patetica immortalità tecnologica, le crode svelano la menzogna.

Ore 2:00 del mattino, siamo al casello di Asti est. Ci separiamo, ognuno va al suo paese. Appena esco dalla macchina, col pensiero ancora volto alle meraviglie del mio Eden, prendo a starnutire energicamente. Intorno a noi una selva di indicazioni stradali, i lampioni squarciano piccoli brandelli di notte e un'area di sevizio sempre aperta sfida l'ora del riposo. Starnutisco sempre di più.
- Sei allergico? - mi chiede Luca.
- Sì, forse sono allergico alla pianura.

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Rododendring, parte III - fine

Roccia con bollo, albero con bollo, roccia con bollo, albero con bollo. Roccia senza bollo.
- Mah, sono finiti i bolli
-E adesso?
-Ma sì, bisogna salire fin nel canalone, poi ci troviamo davanti un masso che lo ostruisce e che bisogna superare, passo di IV, cordino. Ipse dixit.
Forti del verbo ovigliano, ci inerpichiamo tra i rodododendri, sempre più fitti, ma del canalone nemmeno l'ombra.

Camminavamo ormai da quasi un'ora, nella costante e inappagata ricerca di un canalone e di un masso. Andavamo a tentoni, trovandoci costantemente sotto salti di roccia verticali alti anche dieci metri, i quali ci costringevano a lunghissimi raggiri, perché arrampicarli direttamente avrebbe richiesto troppo tempo e, soprattutto, maschera, pinne e boccaglio: colavano acqua come fontane. Il dubbio di aver sbagliato strada era forte. Eppure c'era la teleferica, c'era il ponticello, c'erano le tracce di sentiero, benché subito perdute. Ma la questione del tetto, assurda, ci angustiava.

Ci troviamo su una pietraia con grossi blocchi, la risaliamo faticosamente per un tempo infinito, forse due ore, forse tre, ancora non convinti del nostro errore, poi scorgiamo in alto un pianoro. L'unico modo per raggiungerlo è passare attraverso un' intricatissima rete di rododendri a cui ci aggrappiamo come animali in punto di morte.
- Vai col rododendring!
Rododendring, questa nuova tecnica di progressione, elaborata dal Jack e dal Malfe nella primavera del 2008, prevede il superamento di lunghi tratti impervi e ripidi tramite il solo provvidenziale ausilio del rododendro; si richiede che si giunga al sito prescelto per il rododendring dopo aver perso l'orientamento e aver percorso in tutta fretta almeno 1000 m di dislivello, portando sulla schiena non meno di venti chili tra chiodi, corde e ferramenta varia, il tutto rigorosamente inutile. Punto forte di questa disciplina è però la discesa, che va effettuata con lo stesso materiale inutile di cui sopra, avendo cura di scegliere un itinerario che si dipani tra cenge e colatoi gonfi di fango, doppie tra gli alberi, torrentismo su placche ben irrorate da acqua di fusione, traversi su pietraie instabili e pronte alla frana...

Sono le sette di sera, abbiamo camminato tutto il giorno. Alla fine lo Scoglio di Mroz l'abbiamo trovato un paio di chilometri più a monte, dopo essere ridiscesi sul fondovalle, dove, anche lì, c'era un ponticello, una strada che finiva e una vecchia stazione della teleferica sul cui tetto era cosa ragionevole salire, visto che terminava contro il pendio da risalire. Quando scoprimmo l'inganno ci guardammo senza dirci nulla, consapevoli della mutua idiozia. A nostra discolpa, forse, l'inaspettato clone incontrato più sotto: chi mai avrebbe immaginato che, più a monte ci sarebbe stata un'altra teleferica e un altro ponticello? Quelli giusti, però.

Sono le sette, sì, e ci troviamo giù, all'imbocco del Piantonetto. Siamo stravolti e ci sentiamo tremendamente stupidi: una domenica buttata via. C'è una falesia di miseri monotiri quasi attaccata alla strada, a Bugni, alla veneranda quota di 900 m; stanchi come bestie da soma ci incamminiamo, nella speranza di riuscire ad arrampicare almeno trenta metri per rimediare un poco la giornata prima che faccia buio del tutto. E mentre ci imbragavamo delusi e depressi, vergognandoci in silenzio della spavalderia del giorno prima, da lontano un contadino osservava incuriosito e perplesso questi due insoliti arrampicatori della sera, forse intuendo le loro sventure.

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